Archive | Cronaca
Indignados due volte indignati
Aggiornato il 19/10/2011.
La manifestazione del 15 ottobre a Roma è stata un’importante occasione per sostenere un malcontento che ha assunto dimensioni planetarie. La crisi che sta investendo gran parte dei Paesi industrializzati pesa enormemente sulle spalle dei cittadini ed in Italia quasi nulla viene fatto per chiedere il conto a corruttori, evasori ed a tutti quei delinquenti che privano lo Stato di milioni e miliardi di Euro attraverso attività illecite varie. Per molti cittadini è arrivato il momento di pretendere che il conto sia pagato da quelle stesse persone che sono responsabili di questa crisi e di ribellarsi a questo sistema economico malato, marcio e sporco.
La storia degli indignados inizia in Spagna e prende spunto dalle proteste del mondo Arabo. Esattamente come gli egiziani, numerosissimi cittadini spagnoli sentono di essere trattati come cittadini di Serie B e sentono di essere le vittime sui cui far ricadere le difficoltà della crisi. Un po’ alla volta prende forma il movimento formato da coloro che si sentono “invisibili” nella società: nelle principali piazze balcaniche iniziano a stazionare in forma di protesta. Si auto-nominano “indignados” e invitano il mondo intero a comportarsi allo stesso modo.
L’Italia, come altri 81 Paesi, ha raccolto l’appello: ciò che ha riempito la piazza, quindi, è la voglia di cambiare le regole del gioco. Lo spiega bene bene Vladimiro Giacché in questo articolo.
Il risultato della protesta, tuttavia, è una lunga serie di auto bruciate, vetrine rotte, infrastrutture divelte: danni per oltre 1 milione di euro, più di 100 feriti e nessuna risposta sulle ragioni della protesta. Com’è possibile che tutto questo sia successo, e che sia accaduto solo in Italia? E che fine hanno fatto il corteo e le sue ragioni di protesta, oscurate dai vandalismi?
Il danno e la beffa
A pensarci mi tornano bene in mente queste parole: «Infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Sono le parole di Francesco Cossiga, datate 23 ottobre 2008, riferite a cortei studenteschi.
Il discorso proseguiva così: «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».
Trovo una certa analogia con quanto accaduto a Roma: non è la prima volta che nei cortei di protesta ci sono scontri tra forze dell’ordine e black bloc, è invece la prima volta che si nota la quasi totale assenza di contromisure. Un piccolo gruppo di meno di 100 teste calde ha agito quasi liberamente ed ha sopraffatto gli agenti e le forze dell’ordine presenti in numero non certamente sufficiente.
Eppure che era noto da tempo che i black bloc si stavano organizzando per danneggiare la città e ciò nonostante nessuno ne ha fatto motivo di preoccupazione: finanche le auto hanno potuto parcheggiare liberamente. L’accaduto era certamente evitabile e pertanto, ricordando le parole di Cossiga, penso che forse questi scontri non siano stati volutamente evitati.
Ciò comporta due conseguenze importanti, entrambe verificatesi puntualmente.
In primo luogo si da spazio alle generalizzazioni, si fa di tutta l’erba un fascio e si tacciano i manifestanti di essere violenti. Così facendo i politici “presi di mira” possono liberamente sostenere che le lamentele appartengono a personaggi violenti (e, sottinteso, immeritevoli). In tal modo, con la complicità dei media asserivi, l’attenzione dei cittadini si sposta sulle violenze invece che sulle motivazioni del corteo: presto ci dimenticheremo del corteo, ci dimenticheremo a chi sono rivolte quelle proteste. In quest’ultima manifestazione ci si lamentava del sistema nel suo complesso, del governo in generale e della debolissima opposizione, richiedendo interventi finanziari che non gravino sulle spalle dei cittadini.
In secondo luogo, si installa un po’ alla volta una mentalità distorta: ad ogni manifestazione la gente meno informata e quella male informata si convincerà che i cortei sono fatti solo da gruppi pronti a danneggiare qualsiasi cosa capiti a tiro. Ecco come viene a crearsi un senso generale di panico e, com’è noto, la gente è più facilmente manipolabile quando vige in condizioni vicine alla paura (ecco perché siamo sempre in guerra da qualche parte). Oggi, grazie ad un buon controllo sui principali mezzi di comunicazione, la classe politica sta pian piano formando una mentalità distorta di questo evento: una parte della popolazione associa “manifestazione = violenza” ed alzi la mano chi, sentendo parlare di manifestazione, non comincia a pensare agli atti di vandalismo.
E’ così che ci vogliono manipolare ed è così che ci facciamo manipolare dai politici corrotti e dai media asserviti. E’ così che potranno facilmente legiferare per ridurre o indebolire le future proteste e potranno farlo mantenendo il pieno consenso del popolo bue. Esattamente come si sta discutendo, nel momento in cui scrivo, di proporre leggi per ulteriori restrizioni ai cortei ed addirittura per vietarli totalmente.
Una volta applicate le nuove leggi, il numero di agenti verrà moltiplicato ed i media daranno pochissimo spazio agli atti vandalici; la classe dirigente si vanterà di aver risolto brillantemente un problema di ordine pubblico e la popolazione crederà che sia vero. Come accadde con l’ascesa militare per i rifiuti napoletani e tra le macerie del terremoto aquilano. In realtà, invece, non sarà cambiato nulla ed anzi una fetta di democrazia sarà andata persa.
La fine della democrazia
La natura delle proteste, infatti, è centenaria: da secoli l’uomo manifesta il dissenso nelle piazze. I manifestanti e tutti coloro che sposano la causa degli indignados non ci stanno ad essere strumentalizzati e grazie alla nuova disponibilità tecnologica, ai telefonini ed alle videocamere, i partecipanti al corteo hanno potuto riprendere tantissime fasi della manifestazione. I video sono stati poi caricati su YouTube e resi così disponibili al pubblico.
I filmati mostrano gruppi di attivisti che gridano ai ragazzi armati di bastoni e spranghe di andarse via (vedi qui per esempio): grazie alla Rete il movimento ha potuto dimostrare la sua totale estraneità agli atti vandalici e sempre la Rete è utilizzata per sopperire alla mancanza di informazione dei media tradizionali e per smascherare i vandali.
La battaglia, quindi, ha a che fare con l’informazione e la Rete avrà un ruolo molto importante in tutto questo. I manifestanti, infatti, non sono stati ascoltati ed anzi sono stati totalmente ignorati: esattamente l’opposto di quello che un Paese civile dovrebbe fare. Inoltre, fatto ancora più spiacevole, i politici in coro hanno puntato il dito proprio contro di loro, tacciandoli finanche come potenziali assassini, ed alimentando così la rabbia di chi, invece, ha tutti i diritti di esprimere il proprio disappunto.
Foto tratte dai video de “Il Fatto Quotidiano”: primo e secondo.
WikiNarco: la Rete contro il traffico di droga
Tra le grandi battaglie sociali che le popolazioni affrontano affidandosi alla Rete ce n’è una che merita senz’altro di essere condivisa. Si tratta della guerra messicana della droga, ovvero un conflitto iniziato nel 1989 dopo l’arresto di Miguel Ángel Félix Gallardo, considerato il gestore del traffico di cocaina. Da allora, più organizzazioni criminali hanno cercato di spartirsi il traffico di droga con conflitti armati e violenti che hanno causato la morte di numerosissimi civili. Le autorità locali non sono ancora in grado di placare la violenza e domare queste organizzazioni.
Ciascuno di questi clan prende il nome di Cartello ed in Messico i tre cartelli principali sono il Cartello di Tijuana, quello di Juárez ed il Cartello del Golfo. I conflitti a fuoco rappresentano quella che viene chiamata la guerra messicana della droga. I cartelli sono anche riusciti a corrompere una parte delle autorità e dei media, mentre i giornalisti più coraggiosi, quelli con la schiena dritta, sono stati assassinati o sequestrati e le famiglie sono state minacciate. Ciò ha complicato enormemente il quadro generale per la popolazione e per le istituzioni.
Inoltre, a chiudere il cerchio, va citato il fatto che i cartelli acquistano le armi dagli Stati Uniti poiché, grazie ad una legge del 2003 approvata dal Congresso, i venditori (e quindi anche i compratori) restano anonimi. In tal modo è più difficile identificarne i possessori ed i responsabili degli omicidi e delle stragi.
Giacché uno dei problemi è dato dalla censura delle informazioni, i cittadini più volenterosi hanno cominciato ad utilizzare la Rete per colmare il vuoto mediatico, creando sia blog individuali a scopo divulgativo che strumenti collettivi di controllo e diffusione di notizie taciute ed insabbiate.
Uno di questi, il più importante, è WikiNarco. Esso nasce nell’ottica che il modo migliore per affrontare un problema collettivo sia la partecipazione.
Mi preme a questo punto esprimere la mia più totale solidarietà a quei cittadini che credono nella partecipazione come mezzo di crescita collettiva e che combattono in prima persona perché credono nella possibilità di migliorare la convivenza ed il benessere comune grazie ad azioni “dal basso”.
WIkiNarco è di fatto un portale, una piattaforma di organizzazione collettiva, che si definisce come:
una fonte grafica di informazioni creata tramite la collaborazione della società civile contro le attività illecite connesse al traffico di droga nella propria città. Si ricorda che un’informazione è attendibile solo se è stata verificata da fonti d’informazione, agenzie di sicurezza, immagini e filmati o da utenti che siano stati accertati come reporter di fiducia.
La piattaforma è simile a Wikileaks sotto numerosi aspetti. I dati possono provenire da diverse fonti (a garanzia di pluralità) e sono completamente anonime. Ciò che le rende attendibili è proprio la diffusa partecipazione che consente di scovare immediatamente eventuali “falsi”.

WikiNarco, quindi, non rappresenta solamente una battaglia contro il traffico di droga e la corruzione messicana, ma una vera forma di partecipazione. Esso, infatti, è utilizzato tutt’ora per individuare e localizzare avvenimenti di cronaca nera legati alla criminalità organizzata.
WikiNarco e i cittadini che ne fanno parte sono meritevoli del nostro appoggio e del nostro sostegno e grazie alla Rete disponiamo dei mezzi per agire concretamente anche da casa. Per cominciare, possiamo visitare la home page di WikiNarco, seguire su Facebook e su Twitter la campagna informativa e divulgare queste e altre notizie. In altre parole, tramite la condivisione possiamo partecipare alla battaglia! Inoltre, poiché la pagina di Wikipedia italiana è carente di informazioni, chi mastica l’inglese può tradurre le informazioni dalla corrispettiva pagina in lingua, molto più curata e dettagliata.
Il nostro contributo non è mai poco!
La democrazia dei referendum è nella Rete
In vista del referendum che si terrà il 12 e il 13 giugno 2011 i cittadini più volenterosi hanno dato prova della loro creatività attraverso numerose iniziative volte ad invitare la popolazione a recarsi alle urne. Il metodo utilizzato per attirare l’attenzione e divulgare notizie è il classico e collaudato passaparola. Il canale principale, quello che ha permesso più di qualunque altro di veicolare le informazioni molto rapidamente, è senza dubbio la Rete. Anche in questa occasione, quindi, Internet svolge un ruolo estremamente importante e si dimostra un valido alleato a difesa della democrazia.
Come era facilmente prevedibile, infatti, i media hanno trascurato di informare adeguatamente i cittadini: le notizie in televisione sono state scarse, insufficienti, ed anche in radio l’informazione ha fatto molta fatica a diffondersi. Il sistema mediatico italiano, inoltre, ha mostrato ancora una volta la sua anomalia, dando molto spazio alle opinioni e poco tempo al merito.
Questo scarso impegno si traduce, direttamente ed indirettamente, in due gravissime ripercussioni. La prima e più evidente è che l’inadeguata informazione si traduce in una più facile manipolazione. La seconda conseguenza è che, dando scarsa importanza a temi prioritari, si alimenta il tipico e antipatico lassismo ormai tristemente noto e diffuso in Italia.
L’importanza dei quesiti referendari, tuttavia, è stata colta dai cittadini più volenterosi i quali, consapevoli di doversi muovere in prima persona per invitare al voto, hanno scelto Internet come principale fonte di divulgazione di massa. L’informazione è stata trasmessa sui social network, sui blog e tramite la posta elettronica: centinaia di migliaia di utenti, sparsi in tutto il territorio, hanno pubblicizzato il referendum con grande speranza ed entusiasmo ed il fenomeno è in continua e costante crescita.
La situazione è comunque molto delicata e merita una seria riflessione.
Parliamoci chiaro
Il referendum, infatti, è uno strumento preziosissimo per il cittadino poiché, tramite il voto, incide e decide direttamente sul proprio futuro e su quello dei suoi connazionali. Votare è, quindi, non solamente un diritto ma anche e soprattutto un dovere di ciascuno. Inoltre, a mio avviso, l’impegno richiesto alla popolazione è da valutarsi nel risultato visto nel suo insieme.
Il voto è sì individuale, ma il risultato è collettivo.
In questa prospettiva, i meriti e le responsabilità sul successo/fallimento sono condivise tra coloro che non votano e coloro che, pur votando e non accettando l’astensionismo, lasciano liberamente che ciò accada.
Decidere di astenersi, infatti, seppur consentito, è contrario ai principi democratici e di responsabilità comune. Ciò si spiega poiché, a causa del tetto minimo previsto dal quorum, l’astensione al voto di ciascun cittadino contribuisce a fermare il referendum ed a vietare così anche ad altri di potersi esprimere liberamente. Votare è, come già detto, un diritto/dovere e il superamento del quorum, lo ribadisco, è un risultato di interesse collettivo.
Per tali ragioni, chi invita a non votare dimostra ignoranza, se non è subdola malafede, ed assume comportamenti ed atteggiamenti arroganti nei confronti degli altri cittadini. Perché mai consigliare a qualcuno di rinunciare ad un suo diritto, peraltro così importante? Non è forse manipolazione, questa?
Un altro comportamento che non approvo è quello di voler affermare la propria intenzione di astenersi, per poi trincerarsi dietro alla legittimità di tale scelta. Non è così, per le ragioni viste prima: se il quorum non viene superato, il popolo sarà bue e non sovrano. Astenersi per scelta, in fase di raggiungimento del quorum, non è come astenersi dal votare ed è invece un modo come un altro per boicottare il voto democratico. È una cattiva abitudine che mostra il proprio egoismo e la propria incuranza nei confronti del prossimo.
Discorso leggermente differente va fatto per coloro che invitano a votare “SI” o a votare “NO”. Si tratta certamente di un suggerimento più accettabile dei precedenti, poiché presuppone che i cittadini (re)agiscano in qualche modo ed incoraggia a votare. Tuttavia, a mio avviso, appartiene a quei consigli non richiesti che, seppur in buona fede e con le più buone intenzioni, hanno un carattere manipolatorio.
Le indicazioni di voto del tipo “vota si” oppure “vota no” potranno forse incidere sull’esito del referendum e “funzionare” nell’immediato, ma di fatto non invogliano la popolazione ad informarsi ed a responsabilizzarsi. Ne consegue che tali indicazioni alimentano la pigrizia dei cittadini già abituati a delegare le proprie scelte e questo, a sua volta, può comportare un aumento dell’astensionismo nel lungo periodo.
Andate a votare!
Una considerazione a parte va fatta per chi, invece, si limita ad esprimere la propria idea in merito. Affermare le proprie intenzioni di voto, pur non richieste, è sicuramente una posizione accettabile, poiché sottintende che ci si recherà a votare e non si ha la presunzione di dire agli altri cosa e come comportarsi.
Il voto è segreto, ma nulla vieta di esprimersi liberamente. Ben vengano, quindi, coloro che manifestano il proprio parere in tal modo: il gioco, si dice, vale la candela.
Ma l’atteggiamento che preferisco e suggerisco è l’invito e l’incoraggiamento a votare, seguito da una dimostrazione di buon esempio.
I cittadini, infatti, devono assumersi le proprie responsabilità non solo nei confronti di sé stessi, ma anche e soprattutto nei confronti della collettività. È quindi importante invitare la popolazione a votare, ma ancora di più lo è diffondere una mentalità volta alla consapevolezza: ricordate sempre che il voto è individuale, ma il risultato è collettivo.
Per tale ragione preferisco, quindi, invitare i cittadini ad informarsi e ad informare, al fine di costruire l’Italia tutti insieme, perché è dovere di ciascuno contribuire al proprio futuro, quello degli altri ed in particolar modo quello delle future generazioni. L’obiettivo più importante, a tal fine, è quello di raggiungere la consapevolezza. Un obiettivo da raggiungersi nel tempo e per il quale la Rete svolgerà, senza dubbio, un ruolo primario.
Via libera
Questa mia riflessione, d’altro canto, non sarebbe completa senza indicare il “come” si possa raggiungere un buon livello di consapevolezza.
Non sono certamente il più indicato a dare lezioni in questo, tuttavia ritengo esemplari le iniziative di centinaia di migliaia di persone che hanno dato sfogo alla propria creatività. I risultati ottenuti sono semplicemente brillanti, notevoli e promettenti.
Le espressioni creative più accattivanti riguardano i loghi come “Avotar”, slogan di fantasia come “Battiquorum”, l’effetto “domino” e la corsa di 1 miglio a corpo nudo. Le iniziative più curiose riguardano incentivi per chi vota: si va dai passaggi gratuiti in taxi alla distribuzione di gadget fino alla partecipazione ad un concerto gratuito. Non mancano neppure conferenze in ogni città d’Italia: mai prima d’ora la società civile si era esposta in tal modo, e tutto lascia pensare che questo sia solo l’inizio!
Tutte le iniziative, va detto, sono meritevoli di apprezzamento, a prescindere da quanto successo abbiano riscosso.
Ad ogni buon conto, senza nulla togliere alle virtù della popolazione più attiva ed entusiasta, preferisco soffermarmi sull’aspetto che riguarda più da vicino il tema di questo blog: il ruolo della Rete nel contesto.
Tutte queste lodevoli manifestazioni hanno fatto molto perno sulla rapidità ed efficacia della Rete per mettere al corrente la popolazione di queste idee e per stimolare la collettività a comportarsi allo stesso modo.
La Rete ha quindi permesso la divulgazione capillare in brevissimo tempo ed è proprio questo l’elemento chiave: il tempo, pochissimo, a disposizione. Grazie ai social network più diffusi, come Facebook e Twitter, e grazie anche ai blog ed alle mail di migliaia di appassionati, Internet è stata “invasa” di notizie che hanno diffuso il verbo del voto.
Una piccola nota di merito va data anche alle edizioni online di alcuni quotidiani che, seppur con forte ritardo e per dubbie motivazioni, nel periodo successivo alle elezioni amministrative hanno preso posizione cominciando a scrivere di referendum anche con un buon livello di dettaglio: meglio tardi che mai…
La chiave è la partecipazione
Per queste ragioni possiamo affermare con grande serenità che la Rete si è dimostrata, ancora una volta, uno strumento molto valido in difesa della democrazia e dell’informazione.
Ma la Rete da sola non serve a molto: è solo un mezzo. Il compito principale lo svolgono i cittadini e la speranza è che nel tempo la popolazione impari a confrontarsi e ad agire verso scopi comuni e per il benessere non solo personale ma anche collettivo.
Anche io ritengo di aver contribuito, con questo breve articolo, a migliorare le cose, ed incoraggio tutti i lettori a diffondere e condividere le iniziative che ritengono più persuasive. Il contributo non è mai poco ed è sempre il benvenuto!
In una sola parola, siete tutti invitati a partecipare.
Qualunque sia il risultato del referendum, resta senz’altro valida la riflessione di Diego Destro, blogger di DAW: “senza internet, nessuno parlerebbe dei quesiti referendari”. I social network ed i blog(ger) possono, infatti, incidere molto sull’esito e tanti cittadini hanno capito che non possono più affidarsi ai media tradizionali, ma devono utilizzare Internet per i loro scopi. In effetti si può dire che, se da una parte la Rete influenzerà i risultati del referendum, dall’altra il tentativo di boicottaggio e la trascuratezza ed inefficienza dei media in generale ha agevolato l’ampia diffusione di Internet come canale privilegiato per il passaparola.
Il popolo, tuttavia, non può e non deve delegare ancora ed anzi è arrivato il momento di decidere se essere bue o sovrano.
Questa è una buona occasione, non sprechiamola! Andiamo a votare!
Immagini tratte, nell’ordine, da Il fatto quotidiano, cittattiva.com, ilsitodelledonne.it, idee-in-movimento.it, La Repubblica.Il Giappone si affida ad Internet
Dopo il terremoto che ha colpito l’isola nipponica ed il conseguente maremoto che si è sollevato, il quadro generale dei danni è incalcolabile. Le strade nei pressi delle coste più vicine all’epicentro sono completamente inutilizzabili, l’acqua ha devastato le zone adiacenti portandosi via automobili, navi e quant’altro e alcune linee elettriche sono fuori uso, lasciando “al buio” vaste aree colpite dallo tsunami. Tuttavia, i canali di connessione ad Internet funzionano ancora e i giapponesi hanno affidato alla Rete molte delle loro speranze.
Il numero di morti si calcola a decine di migliaia e coloro che sono evacuati o dispersi sono circa 700.000. Il costo totale che le assicurazioni dovranno sborsare a causa del terremoto (senza contare lo tsunami) è stimato in circa 35 miliardi di dollari. L’isola di Honshu spostata di circa 2.4 metri e la situazione delle centrali nucleari è ancora tutta da verificare.
Gran parte delle strutture telefoniche hanno riportato guasti e sono state danneggiate dall’acqua, “spegnendo” i principali servizi di comunicazione telefonica. Negli istanti successivi alla catastrofe la situazione riportata dai media nazionali era di oltre metà Giappone con telefoni cellulari inutilizzabili.
La quasi totalità delle comunicazioni, quindi, ha abbandonato la telefonia e si è riversata sulla Rete. I social network, in particolare, sono stati provvidenziali e largamente impiegati.
Gli utilizzi principali sono stati, e sono tutt’ora, quelli di chiedere/fornire aiuto in varie forme, come indicare le zone dove trovare riparo, segnati con marcatori dalle mappe di Google, le direzioni degli ospedali che possono ricevere pazienti, fornire informazioni audio e video in tempo reale e via dicendo. L’utilizzo di Twitter è stato provvidenziale per pubblicare le news in tempo reale, ma anche per sostituire gli SMS e per offrire ospitalità a chi ha perso tutto.
Un ruolo chiave, quindi, lo hanno svolto anche gli smartphone, diffusissimi nella zona, che hanno permesso la connessione costante alla Rete e che, grazie alle funzioni GPS integrate, hanno fatto da navigatore ai dispersi.
Migliaia di giornalisti, geologi ed altri esperti, inoltre, hanno utilizzato la Rete per fornire istruzioni e diffondere la loro conoscenza in aiuto ai terremotati. I sopravvissuti si sono facilmente messi in contatto con parenti ed amici grazie a Mixi, un social network diffuso in Giappone, ed alcune compagnie hanno abilitato gratuitamente i servizi di ricariche telefoniche on-line. Finanche la Cina ha aperto ai suoi blogger per la diffusione di informazioni.
Non mancano, certamente, i messaggi di solidarietà né i contatti per le donazioni.
Per tutti gli altri è venuto in aiuto Google Crisis Response, un progetto nato dopo Google Person Finder per tracciare un registro di tutte le informazioni fondamentali sui disastri naturali. Già utilizzato con successo per il terremoto in Nuova Zelanda (con il celebre crollo della Christchurch) e per tutti i precedenti stati di allarme che richiedevano la ricerca di dispersi, il servizio consente di cercare le persone non ancora individuate e di inserire informazioni sui ritrovamenti.
In sintesi, quindi, la popolazione giapponese ha fatto largo uso della Rete per comunicare e chiedere aiuto, aprendo una nuova strada all’uso di internet come strumento di salvataggio da catastrofi di grande portata. In futuro, pertanto, potremmo assistere a sistemi innovativi di salvataggio dai disastri naturali basati sì su tecniche già note, ma che si affidano alla Rete per la facile diffusione e per la velocità di propagazione.
Sfortunatamente, è bene dirlo, internet e i social network sono stati utilizzati anche per truffare la gente approfittando dello stato di allarme generale. La tecnica è quella di spacciarsi per enti di beneficenza nati appositamente per aiutare i terremotati oppure di fingersi come enti di aiuto già esistenti sul campo. Per qualsiasi donazione, quindi, rivolgetevi a enti di fiducia, altrimenti il vostro contributo non arriverà a destinazione.
Illustrazione tratta da “Il Fatto Quotidiano”.
Anche Internet in aiuto delle “Uncontacted Tribes”
Questo articolo è stato spostato su www-green-web-economy.it.
Clicca qui per visualizzarlo!
Fotografie tratte da Survival International e da Uncontacted Tribes.











