Indignados due volte indignati

17 ott 2011 1 Commento

Aggiornato il 19/10/2011.

La manifestazione del 15 ottobre a Roma è stata un’importante occasione per sostenere un malcontento che ha assunto dimensioni planetarie. La crisi che sta investendo gran parte dei Paesi industrializzati pesa enormemente sulle spalle dei cittadini ed in Italia quasi nulla viene fatto per chiedere il conto a corruttori, evasori ed a tutti quei delinquenti che privano lo Stato di milioni e miliardi di Euro attraverso attività illecite varie. Per molti cittadini è arrivato il momento di pretendere che il conto sia pagato da quelle stesse persone che sono responsabili di questa crisi e di ribellarsi a questo sistema economico malato, marcio e sporco.

La storia degli indignados inizia in Spagna e prende spunto dalle proteste del mondo Arabo. Esattamente come gli egiziani, numerosissimi cittadini spagnoli sentono di essere trattati come cittadini di Serie B e sentono di essere le vittime sui cui far ricadere le difficoltà della crisi. Un po’ alla volta prende forma il movimento formato da coloro che si sentono “invisibili” nella società: nelle principali piazze balcaniche iniziano a stazionare in forma di protesta. Si auto-nominano “indignados” e invitano il mondo intero a comportarsi allo stesso modo.

L’Italia, come altri 81 Paesi, ha raccolto l’appello: ciò che ha riempito la piazza, quindi, è la voglia di cambiare le regole del gioco. Lo spiega bene bene Vladimiro Giacché  in questo articolo.

Il risultato della protesta, tuttavia, è una lunga serie di auto bruciate, vetrine rotte, infrastrutture divelte: danni per oltre 1 milione di euro, più di 100 feriti e nessuna risposta sulle ragioni della protesta. Com’è possibile che tutto questo sia successo, e che sia accaduto solo in Italia? E che fine hanno fatto il corteo e le sue ragioni di protesta, oscurate dai vandalismi?

Il danno e la beffa

A pensarci mi tornano bene in mente queste parole: «Infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Sono le parole di Francesco Cossiga, datate 23 ottobre 2008, riferite a cortei studenteschi.

Il discorso proseguiva così: «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».

Trovo una certa analogia con quanto accaduto a Roma: non è la prima volta che nei cortei di protesta ci sono scontri tra forze dell’ordine e black bloc, è invece la prima volta che si nota la quasi totale assenza di contromisure. Un piccolo gruppo di meno di 100 teste calde ha agito quasi liberamente ed ha sopraffatto gli agenti e le forze dell’ordine presenti in numero non certamente sufficiente.

Eppure che era noto da tempo che i black bloc si stavano organizzando per danneggiare la città e ciò nonostante nessuno ne ha fatto motivo di preoccupazione: finanche le auto hanno potuto parcheggiare liberamente. L’accaduto era certamente evitabile e pertanto, ricordando le parole di Cossiga, penso che forse questi scontri non siano stati volutamente evitati.

Ciò comporta due conseguenze importanti, entrambe verificatesi puntualmente.

In primo luogo si da spazio alle generalizzazioni, si fa di tutta l’erba un fascio e si tacciano i manifestanti di essere violenti. Così facendo i politici “presi di mira” possono liberamente sostenere che le lamentele appartengono a personaggi violenti (e, sottinteso, immeritevoli). In tal modo, con la complicità dei media asserivi, l’attenzione dei cittadini si sposta sulle violenze invece che sulle motivazioni del corteo: presto ci dimenticheremo del corteo, ci dimenticheremo a chi sono rivolte quelle proteste. In quest’ultima manifestazione ci si lamentava del sistema nel suo complesso, del governo in generale e della debolissima opposizione, richiedendo interventi finanziari che non gravino sulle spalle dei cittadini.

In secondo luogo, si installa un po’ alla volta una mentalità distorta: ad ogni manifestazione la gente meno informata e quella male informata si convincerà che i cortei sono fatti solo da gruppi pronti a danneggiare qualsiasi cosa capiti a tiro. Ecco come viene a crearsi un senso generale di panico e, com’è noto, la gente è più facilmente manipolabile quando vige in condizioni vicine alla paura (ecco perché siamo sempre in guerra da qualche parte). Oggi, grazie ad un buon controllo sui principali mezzi di comunicazione, la classe politica sta pian piano formando una mentalità distorta di questo evento: una parte della popolazione associa “manifestazione = violenza” ed alzi la mano chi, sentendo parlare di manifestazione, non comincia a pensare agli atti di vandalismo.

E’ così che ci vogliono manipolare ed è così che ci facciamo manipolare dai politici corrotti e dai media asserviti. E’ così che potranno facilmente legiferare per ridurre o indebolire le future proteste e potranno farlo mantenendo il pieno consenso del popolo bue. Esattamente come si sta discutendo, nel momento in cui scrivo, di proporre leggi per ulteriori restrizioni ai cortei ed addirittura per vietarli totalmente.

Una volta applicate le nuove leggi, il numero di agenti verrà moltiplicato ed i media daranno pochissimo spazio agli atti vandalici; la classe dirigente si vanterà di aver risolto brillantemente un problema di ordine pubblico e la popolazione crederà che sia vero. Come accadde con l’ascesa militare per i rifiuti napoletani e tra le macerie del terremoto aquilano. In realtà, invece, non sarà cambiato nulla ed anzi una fetta di democrazia sarà andata persa.

Interessante e lucido discorso, a questo proposito, di Mirko Carletti, agente in servizio durante la manifestazione: «Manifestare è un diritto costituzionale, se non si è riusciti a tutelarlo vuol dire che i responsabili del mantenimento dell’ordine pubblico hanno fallito”».

La fine della democrazia

La natura delle proteste, infatti, è centenaria: da secoli l’uomo manifesta il dissenso nelle piazze. I manifestanti e tutti coloro che sposano la causa degli indignados non ci stanno ad essere strumentalizzati e grazie alla nuova disponibilità tecnologica, ai telefonini ed alle videocamere, i partecipanti al corteo hanno potuto riprendere tantissime fasi della manifestazione. I video sono stati poi caricati su YouTube e resi così disponibili al pubblico.

I filmati mostrano gruppi di attivisti che gridano ai ragazzi armati di bastoni e spranghe di andarse via (vedi qui per esempio): grazie alla Rete il movimento ha potuto dimostrare la sua totale estraneità agli atti vandalici e sempre la Rete è utilizzata per sopperire alla mancanza di informazione dei media tradizionali e per smascherare i vandali.

La battaglia, quindi, ha a che fare con l’informazione e la Rete avrà un ruolo molto importante in tutto questo. I manifestanti, infatti,  non sono stati ascoltati ed anzi sono stati totalmente ignorati: esattamente l’opposto di quello che un Paese civile dovrebbe fare. Inoltre, fatto ancora più spiacevole, i politici in coro hanno puntato il dito proprio contro di loro, tacciandoli finanche come potenziali assassini, ed alimentando così la rabbia di chi, invece, ha tutti i diritti di esprimere il proprio disappunto.

Foto tratte dai video de “Il Fatto Quotidiano”: primo e secondo.

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